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IL SOGNO di ricreare una signorile dimora
rinascimentale perseguito dai fratelli Bagatti Valsecchi non prese forma
attraverso l'imitazione di un modello singolo. Per il loro palazzo si avvalsero
di numerose fonti d'ispirazione, citarono e rielaborarono esempi eccellenti
al fine di creare un Rinascimento passato al filtro della sensibilità
ottocentesca, dove di continuo affiora la cifra Bagatti Valsecchi.
IL MERCATO ANTIQUARIO, ormai impoverito, non consentì a Fausto
e Giuseppe di circoscrivere i propri acquisti a manufatti sempre databili
entro i primi decenni del Cinquecento. Fu comunque a opere eseguite tra
il XVI secolo che
i due fratelli indirizzarono le loro preferenze. Collezionarono
frammenti di architetture, fregi parietali, camini, elementi decorativi,
arredi, suppellettili, dipinti e li utilizzarono nella decorazione e nell'arredo
dei diversi ambienti della loro dimora.
IL RINASCIMENTO riviveva attraverso pezzi d'epoca, tra i quali soprattutto
dipinti come la Santa Giustina di Giovanni Bellini, il San Giovanni
Battista di Bernardino Zenale e la Madonna in trono con santi del
Giampietrino, o mobili di pregio come il letto cinquecentesco della camera
di Fausto. Quando i pezzi antichi erano danneggiati o frammentari,
si provvedeva a integrarli, affinché nessuna lacuna intaccasse l'unitaria
coerenza del luogo. "...non vi è parte, anche secondaria, che
non sia antica o imitata dall'antico, per cui tutto riesce armonico e perfettamente
in stile": così osservava nel 1885 l'autorevole architetto
Vespasiano Paravicini circa quel palazzo che andava allora sorgendo in
forme neorinascimentali nel cuore della Milano ottocentesca.
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